Ray Bradbury, che bruciò i libri e i tempi

È andato oltre la vita- dire morto sembra banale, visto quello che ha scritto-  Ray Bradbury, lo scrittore che in Fahrenheit 451 ha usato i pompieri invece dei nazisti per bruciare i libri e ha ispirato a François Truffaut il film omonimo con titoli di testa ORALI su una dittatura light, fatta di schermi video piatti e interattivi, di tanti psicofarmaci, di tanta gente che vuole esistere in tv: anzi, in uno stato social nel senso di social network. Due visionari.  È stato anche l’autore di Cronache marziane, che poi sembravano le cronache delle cittadine della provincia Usa dove sarebbe atterrato ET.  Ma era un conservatore restìo ad andare in aereo, non approvava  Internet, amava i classici al punto che è sua la sceneggiatura del Moby Dick portato sul grande schermo da John Huston. Eppure era considerato uno dei padri della fantascienza e un po’ del thriller dell’horror e di tanto altro nel nostro tempo. Era lirico. A volte quasi sdolcinato. Era il Gozzano della missilistica, io personalmente adoravo quelle sue storie di ragazzini molto anni cinquanta che guardavano partire i missili e sognavano malinconiche carriere astronautiche come più tardi il cardiopatico di Gattaca . Ma i razzi erano un di più. Se fosse stato un pittore avrei detto che Bradbury era un incrocio tra il realismo di Wyeth, il realismo romantico  di Norman Rockwell e i silenzi di Hopper. Ma era eccellente per essere trasformato in fumetti: penso a Il popolo dell’autunno e domani a mezzanotte. La sua era l’ultima variante pop della malinconia mortale di Poe che prendeva in considerazione l’ipotesi di spostare la malinconia nello spazio. Chissà cosa davvero pensava della tecnologia. Quando lui diceva Io suono il corpo elettrico citava Walt Whitman, mica i Weather Report

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