Non chiamatela cyberguerra!

Si parla tanto di grandi manovre militari su Internet, nazioni che si addestrano a mettere in ginocchio altre nazioni con azioni di hackeraggio, ed ecco a sorpresa, all’AusCert 2013,  l’appuntamento Australiano dei guru della sicurezza informatica, dove il tema era This Time, It’s Personal, “stavolta è personale”, è stato chiesto di smetterla di usare il termine cyberwar. La richiesta è venuta da Marcus Ranum specialista di sicurezza ad alto livello e CEO dell’azienda Tenable.  Concetto: come si fa a chiamarla guerra se non si vince e non si perde come in una guerra reale? Se non c’è attacco o difesa, perdita o guadagno di terreno, eliminazione e imprigionamento del nemico? In sostanza sostiene Marcus Ranum, l’uso del termine Cyberwar, cyberguerra, è una furberia dei militari per giustificare i bilanci o al massimo un modo per ricondurre disperatamente nuove forme di conflitto a vecchi concetti più digeribili, o, ancor più drasticamente, una maniera di estendere la propria influenza con un termine di moda. Le dinamiche della guerra, la distruzione del nemico, non sono applicabili ai nuovi conflitti liquidi (elettronici). La nota finale di Richard Chirgwin  autore del resoconto su The Register è che quello che si definirebbe di solito un “accorato appello”, essendo arrivato l’ultimo giorno dopo il pranzo di gala, non sarebbe stato accolto con passione ma con mal di testa.

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