Noi siamo i nostri Big Data

La verità sta arrivando e nessuno la può fermare dice Edward Snowden, l’uomo che sta sputtanando i piani di ascolto e controllo dell’NSA. Ma è veramente una verità che ci turba per quanto è inaspettata?  Un bellissimo articolo di Kenneth Cukier e Viktor Mayer Schoenberger tradotto da Foreign Affairs e pubblicato sul numero 1004 di Internazionale spiega che il 98% della conoscenza sulle cose e sui fatti è raccolto in memorie elettroniche. Questo sta cambiando il modo di analizzare il mondo in chiave quantitativa con 3 conseguenze:  si usano quantità enormi di dati invece di campioni scelti, si dimentica la precisione a favore del disordine, non si cercano più le cause ma le correlazioni. Si cerca di capire cosa succede invece che perché succede. Perché si è passati dal campione qualitativo alla mole quantitativa? Perché adesso tecnologicamente si può e una volta non si poteva. Questo cambia i criteri di valutazione e di indagine: perché inseguire qualche pesce per desumere comportamenti di un banco di pesci quando si possono registrare tutti i pesci in tutti i movimenti? Questo “tutti” sarà efficace ma meno raffinato delle valutazione intelligenti fatte su pochi campioni. E non avrà bisogno di scelte. L’indagine non si impegna sulle cause perché le cause spesso gli umani se le inventano, anche quando sono diverse, perché ne hanno bisogno per inquadrare i fenomeni. Quindi i computer sembrano più giganteschi buoi capaci di arare campi di dati che maligne intelligenze artificiali in caccia di cause. E adesso veniamo alla cronaca. La discussione aperta dalle rivelazioni di Edward Snowden verte sul fatto che i governi, come i grandi motori di ricerca e come i brand, lavorano sulle quantità enormi per mappare quel che succede: fenomeni, tendenze, variabili economiche, rivolgimenti politici, terrorismo, eversione. Lo fanno praticamente i social network (la pesca di massa) secondo voi non lo fa un governo, qualsiasi governo, democratico o no, per stare con le orecchie tese? È anticostituzionale? Sì. Buca il diritto alla privacy? Sì. Ma è anche a misura di una società dove tutti sono felicissimi di farsi profilare in massa dai social network e dalle agenzie di pubblicità, e poi ci restano male se un ufficio del personale scopre su YouTube che il sabato sera hanno fatto cose di cui sarebbe bene non lasciare tracce…

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