I videogame ci fanno cattivi?

Anders Breivik, il massacratore di Utoya, ha rivelato al processo di essersi allenato a sparare con Call of Duty – Modern Warfare, videogame in cui anche il più sprovveduto di noi crede di essere un tiratore scelto. Breivik ha detto che anche sua nonna allenandosi con il videogame potrebbe diventarlo. Ti piacerebbe, risponderei io. Ma, ecco, torniamo all’annosa questione se i videogame in cui si uccide il nostro prossimo virtuale possono portare a uccidere il prossimo reale. Il concetto è: se vieni a contatto con qualcosa questa cosa ti impregna e ti invade? Bene. Allora bisogna cominciare a fare quattro conti statistici: quanti tra gli assassini nel mondo hanno avuto una mamma e un papà? Sembrerebbe tutti. Quindi venire al mondo dall’unione tra un uomo e una donna è statisticamente un fottuto pericolo per tutti. Quanti tra gli assassini respirano? E via così. Poi passate pure al numero di Bibbie diffuse nel mondo e distribuite nelle camere d’albergo, quanti stupratori hanno guardato il telegiornale nella loro vita, come mai San Francesco che il soldato l’ha fatto sul serio, non virtuale, è diventato San Francesco e via così. Vi sembra un discorso folle? E la linea di difesa degli avvocati di Breivik che hanno chiesto di considerare che non è l’unico in Europa a pensare quel che pensa? E come mai nessuno si allarma se dopo che Villeneuve figlio era diventato campione del mondo con la Williams-Renault e dichiarava che si allenava con i simulatori, una volta che la Renault è uscita dal binomio non ha più vinto niente? Eppure continuava a giocare con i simulatori… L’unica cosa che non sento mai considerare in queste speculazioni è che Breivik sparava contro gente disarmata. Più facile che nei videogame. Che sono fatti per vendere e quindi per farti sentire invincibile (Breivik si crede un templare e invece è solo un consumista) e seguono lo stesso meccanismo di certo cinema della frustrazione, anche dei supereroi. Passate al blog Cinemax

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