Edicola italiana, chi vale e chi vuole

Vado a ruota libera tra presente e passato recente. L’accordo è stato siglato, il concetto è ora ve la facciamo pagare. L’informazione su Internet, ovviamente. Edicola italiana è il modo in cui 6 gruppi (Caltagirone, Sole 24 Ore, Stampa, Espresso, Mondadori, Rcs) si consorziano per portare su Internet a pagamento testate che potranno essere consultate via computer, tablet, e-reader, smartphone o quel che sarà.  Tempi? In sostanza, mentre infuria la crisi che porterà alla chiusura di testate cartacee, anche da noi si arriva alla conclusione che si salverà -forse- chi riuscirà a farsi pagare sul web. Che è poi il percorso già fatto da certi colossi stranieri. Ma siamo in un paese dove il gratuito su internet era dato per scontato (anche perché l’accesso all’internet non costa poco e lo  devi pagare per arrivare anche al gratuito o al piratato) e dove a lungo si è pensato che al pubblico su internet sarebbe bastato dare quello che c’era sulla carta, solo trasferito: i contenuti adeguati e ripensati, si sa, costano e non era il caso di spenderci troppo. È andata a finire che a un mucchio di gente è sembrato normale pensare che per i più svariati motivi era inutile pagare il giornalismo online: l’hanno pensato certi imprenditori della carta stampata perché il web gli sembrava una cosa da impallinati dove poter  pagare poco i nuovi giornalisti. L’hanno pensato anche alcuni giornalisti, con la stessa indecisione che deve aver attraversato il mercato dell’indotto nel passaggio dai cavalli alle automobili:  sempre meno cavalli ma le auto non le hanno tutti: come accidenti faccio le selle?! … L’hanno pensato certi lettori cresciuti sul web che  giudicano che il giornalismo professionale non meriti un abbonamento. Il risultato è un’oscillazione tra offerta scarsa e reazione dura: giornali professionali proposti ma non pensati per il web, giornali non professionali  che in apparenza sembrano la risposta (con tutti i rischi collegati), lettori talebani che vogliono la testa dei giornalisti professionisti (anche di quelli che avrebbero voluto, ma non potuto, fare un giornalismo diverso). Salterò apparentemente di palo in frasca: ho pescato su un vecchio Duellanti un pezzo di Matteo Bittanti del 2010 (iPad perché io valgo) che studiava l’evoluzione dell’immagine di Jonathan Ive (il designer principe di Apple) in parallelo con l’affinarsi dell’immagine dell’ecosistema Apple, da orsacchiotto hacker con maglione della nonna e capelli lunghi, a metrosexual in maglietta e rasato. Il concetto era: Apple non inventa, ma coglie tendenze, elimina carenze, vende un’immagine: ha preso nel tempo lettori di Mp3, cellulari e tavolette e ne ha fatto simboli come iPod, iPhone e iPad. Certo, bisogna saper prendere un’idea, farne una superidea (e ci vuole ovviamente un’altissima sapienza tecnica) e poi incartarla così bene da farti desiderare un cambiamento di status. Il paragone sarcastico era con certi cosmetici che ti dicono che puoi diventare in un certo modo perché tu vali. Torniamo a noi. Vista la situazione oggi sembrerebbe che l’idea di allora non fosse pura vanità: o meglio, è stato Jonathan Ive così bravo a far desiderare gli iPad da portare alla chiusura delle testate cartacee, o siamo costretti a ripensarci sull’iPad per non restare disoccupati a causa di trasformazioni del mercato? Dico iPad per dire tablet: oggi il tablet non è solo un modo per sembrare di appartenere al segmento che vale: potrebbe prendere il posto dell’automobile mentre il giornale di carta si avvia al destino dei cavalli. Stiamo lavorando il cuoio dell’informazione per i sedili o pensiamo che basti ancora confezionare selle tanto va bene tutto? Perché poi è il pubblico che vale e sceglie cosa vuole…

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